Tra reirlutz e ubagu : Joan Ganhaire e Italo Calvino

Monica Longobardi

Traduction(s) :
Entre reirlutz et ubagu : Joan Ganhaire et Italo Calvino

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Référence électronique

Monica Longobardi, « Tra reirlutz e ubagu : Joan Ganhaire e Italo Calvino », Plumas [En ligne], 6 | 2025, mis en ligne le 22 mars 2025, consulté le 04 avril 2025. URL : https://plumas.occitanica.eu/1911

« Reirlutz » e « ubagu » : sorprendentemente, Joan Ganhaire e Italo Calvino, l’uno indipendentemente dall’altro, ricorrono ad un concetto simile per descriverci la geografia del proprio immaginario. Altre corrispondenze tematiche concernenti la comunicazione tra uomo e animali svelano inedite analogie tra i due autori di letteratura fantastica.

« Reirlutz » et « ubagu » : étonnamment, Italo Calvino et Joan Ganhaire, indépendamment l'un de l'autre, recourent à un concept similaire pour décrire la géographie de leur imagination. D'autres correspondances thématiques concernant la communication entre l'homme et l'animal révèlent des analogies inédites entre les deux auteurs de littérature fantastique.

« Reirlutz » and « ubagu »: surprisingly, Italo Calvino and Joan Ganhaire, independently of each other, resort to a similar concept to describe the geography of their imagination. Other thematic correspondences concerning the communication between humans and animals reveal unprecedented analogies between these two authors of fantastic literature.

« “D’int’ubagu”, dal fondo dell’opaco io scrivo » (Italo Calvino, « Dall’opaco »)

« Tra reirlutz e ubagu »

Lo libre dau reirlutz, del 1979, è la prima raccolta di racconti di Joan Ganhaire1. Il termine reirlutz indica il versante di un monte, o la parete di un muro di una casa, non esposti al sole2. Il primo a spiegarmelo fu Ganhaire. Equivale a ubac (lat. opacus). L’« opaco » e l’« aprico » compaiono tra le varie forme con cui si designa un terreno esposto all’ombra (a tramontana) o a solatìo, dal Piemonte montano sino al ligure di ponente3. E qui s’incontra una testimonianza d’eccezione, quella di Italo Calvino :

Chiamasi « opaco », – nel dialetto : « ubagu », – la località dove il sole non batte, – in buona lingua, secondo una più ricercata locuzione : « a bacìo » ; – mentre è detta « a solatìo », o « aprico », – « abrigu », nel dialetto, – la località soleggiata (Calvino 1994, 98).

Pensando alla sua Sanremo e rispondendo idealmente alla domanda : « che forma ha il mondo » ?, nel racconto « Dall’opaco », del 1971, l’ubagu e l’abrigu segnano per lui una geografia « in pendenza », dove ombra e luce si spartiscono lo spazio tra pendii e anfratti dell’interno, e il mare aperto di fronte (Calvino 1994, 89-101). In questa prospettiva, sembra apparire « l’estrema rarità dell’opaco e la più ampia estensione d’aprico ». Il misterioso confine tra i due è segnato dall’« incupirsi del verde » e dalla « vicinanza del freddo » che denunciano di essere entrati « “int'ubagu”, nell'opaco rovescio del mondo »4.

Ma a seguito di un complesso percorso tra forme dell’altrove, l’ubagu finisce per rappresentare il lato in ombra del paesaggio della sua scrittura :

è inutile che cerchi di ricordare a che punto sono entrato nell’ombra, già c’ero fin dal principio, è inutile che cerchi in fondo all’opaco uno sbocco all’opaco, ora so che il solo mondo che esiste è l’opaco e l’aprico ne è solo il rovescio […] « D’int’ubagu », dal fondo dell’opaco io scrivo (Calvino 1994, 101)5.

Sorprendentemente, Italo Calvino e Joan Ganhaire, usando entrambi la lingua più intima del loro territorio, ricorrono ad analoghe coordinate per descriverci la geografia del proprio immaginario.

È interessante notare un’altra opposizione dialettica e complementare6 esposta negli ultimi scritti di Calvino : la lezione americana sulla « Leggerezza » (Calvino 1995, 631-655). L’autore esprime subito il suo favore (« e sosterrò le ragioni della leggerezza ») verso una qualità che, tracciando un bilancio del suo lavoro quarantennale sulla scrittura, si riconosce in un’operazione costante di « sottrazione di peso ». In proposito ricorda come da giovane scrittore patisse il divario tra il dovere di rappresentare « i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima », 632, imperativo dei tempi, e « l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura ». Nell’argomentazione, elencata con la qualità opposta, la pesantezza, compare sovente la parola opaco / opacità :

Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo : qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra : una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati (Calvino 1995, 632).

La sua aspirazione a sfuggire all’opacità del mondo, alla lenta pietrificazione che lo insidiava e rischiava di soffocare la componente volatile della sua scrittura, si esprime attraverso la figura di un Perseo dai sandali alati, sostenuto dal vento e dalle nuvole. Ideale di leggerezza7.

« Entre rire et désespoir »

A proposito di poli dialettici e complementari, di luce e ombra, di leggerezza e pesantezza, Calvino diceva del suo temperamento : « Sono un saturnino che sogna di essere mercuriale, e tutto ciò che scrivo risente di queste due spinte » (Calvino 1995, 674). Adesso Ganhaire visto da Fabienne Garnerin : « Entre rire et désespoir », sono questi i due poli che riscontra presenti nell’intera sua opera. La meditazione sulla morte « qui pèse de tout son poids sur les vivants » e il suo opposto complementare, « le jaillissement d’un rire »8. Passandone in rassegna la ricezione, la studiosa prende ad enucleare dalla critica (Morà, Gardy) i temi che vi privilegia : « la solitude, le désespoir, l’exploration de situations limites et le fantastique » (Garnerin 24). Da medico, d’altronde, le tematiche di Ganhaire non possono che vertere sulla vita, la morte, il dolore e le malattie del corpo e dell’anima. « L’humaine condition », insomma, concernendo esseri vulnerabili e corpi fragili9. Tali temi sono già contenuti in nuce nel Libre dau reirlutz. Eppure, benché anche Ganhaire possa dire « dal fondo dell’opaco io scrivo » e il reirlutz sia la tonalità prevalente nell’opera e nello spirito di questo scrittore, si coglie forte e vivo anche il rovescio dell’ombra, il suo antidoto : le rire10.

C’est que, chez Joan Ganhaire, les contraires ne s’excluent pas l’un l’autre : l’écrivain les pense ensemble, dans une relation dynamique qui invite à questionner la façon dont ils s’unissent. L’oscillation entre rire et désespoir, mais aussi l’alliance inattendue de l’un et de l’autre, éclairent de leurs contradictions la complexité de la condition humaine (Garnerin 17).

Come può l’alipede Mercurio sollevare anche Ganhaire dal suo malinconico Saturno ? Esaminiamo in dettaglio i suoi racconti « dalla parte dell’ombra ».

Accantonando per adesso il primo racconto de Lo libre dau reirlutz, su cui ci soffermeremo in seguito, incontriamo « Raibe negre » (« L’incubo », 15-21). Tra le parole-chiave fantastique, humour noir11, paradoxe qui prende la forma di un vecchissimo mercante di sogni di una fiera ambulante12. Il protagonista è un uomo così sereno da non riuscire che a fare sogni d’oro. Perciò, quando capita che i commensali s’intrattengano a tavola con i loro sogni spaventosi (chauchavielhas), lui rimane senza argomenti salottieri. Decide perciò di procurarsi a tutti i costi un incubo, ottenendone uno micidiale dall’inorridito mercante ; lo chiude in una scatolina che infila nella tasca del soprabito. Ma durante una partita a dama al Caffè della Borsa, viene derubato proprio del soprabito, e il ladro malcapitato morirà di paura al posto suo. Ecco perché, con imperturbabilità e gusto del paradosso, il sopravvissuto celebra ogni volta l’anniversario della sua morte scampata. Non è un esempio di umorismo nero ? Il racconto pare sottilmente burlarsi pure del genere letterario che obliquamente frequenta, ovvero i racconti del terrore, usualmente popolati da incubi che funestano gli uomini, scegliendo come protagonista un signore flemmatico che, per futili motivi, aveva fatto carte false per scatenarne uno.

La medesima impressione di parodia del genere dei racconti del terrore la si ricava da « Lo chasteu » (« Il castello », 23-28), terzo della raccolta, che pare sulle prime disaffiliarsi dal mistero che avvolge i paurosi castelli « a la Edgar Poe » infestati da fantasmi : la stessa noia mortale che vi regna ha provveduto a fugarli. Un devoto domestico ci narra la vita abitudinaria di un Conte, routine che, scandita dall’avvicendarsi delle stagioni, lui ha assecondato per decenni, preparando i panni adeguati alle usuali uscite nel parco del suo signore. Servitore e padrone legano così indissolubilmente le loro vite in un meccanismo ad orologeria che, dopo trent’anni, s’inceppa. È il domestico ad interpretare la noia propria e quella tacita del padrone, mettendovi amorevolmente fine. Prepara perciò per il Conte un completo estivo (fresco di lana e cappello di paglia !) nel bel mezzo di un gelido inverno, completo che, indossato impassibilmente prima della solita passeggiata, ne provoca la morte per assideramento. Una lettera riconoscente del Conte, ritrovata dopo il suo decesso, lo ringrazia preventivamente di averlo liberato da una vita abitudinaria diventata insostenibile. Dunque, dov’è la colpa dal momento che colui che dispensa la morte liberatrice è agli occhi della sua vittima il suo benefattore ? Potremmo incolpare del crimine la stessa noia ‘mortale’ che avviluppa i due, ma la lettera del Conte rivela anche una sorta di maleficio del castello che non lascia via di fuga ai suoi occupanti13. Dunque un castello su cui grava un sortilegio e un aristocratico arrivato alla fine della sua schiatta. Ma non si era detto in esordio che non si trattava di uno dei soliti castelli alla Poe ?

Ne « La chaminéia » (« Il camino », 29-33), troviamo declinata con felpato umorismo (e fantastique) la maledizione atavica del luogo, nella fattispecie una dimora sontuosa, definita non a caso « prèsque un chasteu ». E tale maledizione in questo caso prende la forma più domestica di un malfunzionamento di un camino, quello del gran salone, che sprigiona un fumo subdolo e perfido, nonostante tutte le misure prese dal padrone di casa. In effetti questo fumo indomito sembra quasi emanazione di uno spirito implacato, un genius loci ostile e ribelle a qualsiasi esorcismo tecnologico. Il proprietario, superato il suo scetticismo di uomo di studi, ingaggia perciò un ragazzo, Jan Dau Mas, che in paese ha fama di essere il mago dei camini che non tirano. Il giovane entra in confidenza con il camino e con la padrona di casa che lo assiste nelle sue manovre alquanto stregonesche (carezze, sussurri) che però si rivelano efficaci : il camino riprende a tirare (e la moglie a sorridere) ! Sì, riprende a tirare, ma solo in presenza del suo incantatore, che intensifica sempre più le sue visite sinché non chiede ufficialmente di stabilirsi presso la casa dei signori. Un buon tiraggio e l’appagamento della moglie riportano nella lussuosa dimora l’ordine auspicato dal marito, assorbito nelle sue rigorosissime ricerche d’archivio14

Come il racconto del Castello stregato, così «  Lo bibliotecari  » («  Il bibliotecario  », 35-39) mette in scena un luogo chiuso e labirintico, una biblioteca, mai visitata da anima viva, ma che pullula dei parassiti del libro, unici a nutrirsi di cultura. L’autore fa un paragone esplicito con un cimitero dove i libri sepolti da polvere e ragnatele sono le spoglie in decomposizione di un sapere inattinto cui pare alludere il nome della biblioteca stessa : la « Font Prigonda », fonte profonda della conoscenza. E morto alla conoscenza è il suo affannato bibliotecario, mero nemico dei vermi del libro, quasi un conservatore di salme da obitorio. La richiesta di prestito che giunge inaspettata di « un omino biondo, viso tondo e ridente » (Ganhaire 38), il quale apre per la prima volta da tanti anni il portone di quell’avello, squarcia l’ombra perpetua in cui da cinquant’anni, sei mesi e diciotto giorni (ha la durata di una severa condanna) il trentasettesimo bibliotecario viveva imprigionato. Situazione kafkiana : troppo tempo il pover’uomo impiega nella ricerca del volume richiesto, troppo tardi risponde all’appello di quella chiamata. Ma una breve esposizione ai raggi del sole del mondo di fuori e la lettura dell’opera faranno comprendere al bibliotecario dove sia la vera vita e dove le tenebre, mentre il suo corpo si avvia a morire, adagiato su quel libro di rivelazione : Il Libro della Notte di Jaufre de Bordelha15.

Anche nel sesto racconto, « Chambra 32 » (« Camera 32 », 41-51), Ganhaire mette in scena un luogo di contenzione, tratteggiando una situazione che risponde ad un tema a lui caro e conosciuto, in quanto formato alla professione di medico : la « riforma morale degli studi medici ». Il fine dell’esperimento di un professore universitario è quello di causare nei futuri dottori una serie di malattie tali da costringerli a patire le sofferenze del malato, provandone compassione. L’« exploration de situations limites » e il meccanismo sadico che escogita, è che un gruppo di studenti in medicina sia reclutato nell’anfiteatro di Psicologia Applicata, sezione Patologia dell’angoscia, dove viene annunciato che sarà loro inoculata una malattia potenzialmente mortale che li ponga davanti al tormento supremo : « Voi siete qui per conoscere la vostra morte, o, almeno, l’eventualità della vostra morte ! Signorine, signori, uno tra voi non uscirà vivo di qui ! Uno di voi morirà di malattia, lentamente ! » (44). Alla fine, restano due amici in agone, ma l’incombere dell’eventualità della morte innescherà i peggiori sentimenti tra i due, gli auspici più spietati : « “Uno di voi. Uno di voi : su, crepa, caro Casteths, svelto, che io esca di qui ! La vita m’aspetta, me, e la clinica di papà […] Su, Casteths, crepa, crepa, svelto, te ne prego !” » (50). Nessuno dei due uscirà vivo dalla Camera 32, prima a morire la loro amicizia…16.

E di un’amicizia, questa volta profonda, di fronte al suicidio tratta il settimo racconto, « A la vita, a la mòrt » (« Per sempre », 53-56). È in forma di monologo di un uomo al capezzale del più caro amico, una morte ostinatamente cercata. È la seconda volta, infatti, che l’Antonin a cui ci si rivolge aveva tentato il suicidio. La prima volta, l’amico lo aveva soccorso in tempo e riportato ad una vita indesiderata. Nel caso della seconda, invece, l’espressione più alta dell’amicizia si traduce nel lasciarlo morire come l’altro ha desiderato17. Tra ricordi di vita condivisa e di complicità, si è indotti a domandarci quale sia il gesto più umano : se salvare a tutti i costi il valore della vita, o rispettare il diritto a morire di un uomo18 « le désespoir, l’exploration de situations limites » qui la fanno da padroni, nella profonda meditazione sulla vita e sulla morte.

« Lo pes daus sovenirs » (« Il peso dei ricordi », 57-73) : ancora il potere malefico delle cose, com’era per l’indemoniato camino della magnifica dimora de « La chaminéia ». A proposito di pesantezza, Ganhaire gioca qui con la doppia valenza del termine « peso » : a pesare terribilmente per le forze di un solo uomo è un pianoforte, ma più ne pesa l’odioso ricordo. « Ti ta ti ta ti ta ta, ta ta ta ti, ta ti ta ta… », qualche nota di Per Elisa, e i ricordi acquattati per anni si sprigionano fatalmente, come per un sortilegio. L’ottavo racconto si apre sul ritorno al paese di quello che è diventato un vagabondo, un uomo che ha rinunciato volontariamente ad una vita agiata, scegliendo la libertà, allo scopo di buttarsi alle spalle i brutti ricordi di un’infanzia di incomprensioni19. Ritrovando un vecchio compagno di scuola che ha fatto fortuna con una ditta di traslochi, vi viene ingaggiato per amicizia e per pietà. Jan, il barbone neo assunto, cadrà dalla finestra nel vano tentativo di traslocare un pianoforte da un piano all’altro di una casa. Prima che le forze lo abbandonino, il ricordo delle frustrazioni di uno studio del pianoforte svogliato e imposto, di uno scarso talento per la musica rinfacciatogli dalla sorella (ah, quel bemolle dimenticato ! « un de quilhs putens de bemòus ! », 65)20 e dall’odiosa maestra di piano21, riaffiorano a debilitarlo. Così Jan, lasciato ancora una volta solo con l’ennesimo peso della vita (« Degun per m’ajudar […] dins quela lucha »), cade sotto il peso dei ricordi e del malefico pianoforte, che sembra aver risvegliato tutta la sua forza maligna di attrazione e distruzione22.

Assolutamente misterioso e dall’atmosfera metafisica è, infine, il nono e ultimo racconto : «  La pòrta dau reirlutz » (« La porta dell’ombra », 75-80)23. L’edificio spettrale che svetta dai tetti della città vecchia, e che ha sempre affascinato il protagonista, apre misteriosamente la sua porta. Lui s’insinua in un giardino pieno di rovi e di fiori pallidi, e, passando da dietro (« De queu costat, lo solelh vènia jamai […] Quela pòrta lai era druberta », 77), penetra nei meandri della dimora, che ai rintocchi di un orologio sembra palpitare un’ultima volta per poi richiudersi per sempre. L’uomo vi rimane intrappolato – la Garnerin assimila acutamente la casa a una pianta carnivora – come l’« uccello ipnotizzato dal serpente », impaurito e trepido nella coscienza che quella casa è la sola in cui dimorerà perché lo ha atteso da sempre. Il ricongiungimento ad un labirinto misterioso del tempo dove inabissarsi24. Vi riconosciamo, così, il motivo fantastico della casa / castello stregati, gli ingranaggi senza via di fuga della Biblioteca, con il suo custode kafkiano che vi muore intrappolato, e la morte come porta, accesso a un mistero, il mistero ultimo dell’esistenza25.

« L’ubagu e l’abrigu »

Per riassumere : l’incubo e la paura, i luoghi inesorabili del sortilegio e della reclusione26, la biblioteca borgesiana dai corridoi senza fine, come quello della casa misteriosa dell’ultimo racconto [corridoio senza fine, senza luce, corridoio di lutto] ; i trentasei bibliotecari che hanno preceduto l’ultimo, quali ostie sacrificali della biblioteca, e l’ennesimo eletto che si siede su di una bella poltrona di cuoio (una macchina del tempo del trapasso)27 ne « La porta dell’ombra » ; l’orrore della malattia e della morte, « l’insostenibile peso del vivere » (Calvino 1995, 651 cita Leopardi), il peso dei ricordi (la pesantezza !), il mistero oltre la vita. Esistenze umbratili lentamente erose da meccanismi più grandi di loro, che le fagocitano (gli abitanti annoiati del castello, la genealogia polverosa dei bibliotecari, l’aspirante suicida in ascolto di un altro mondo, l’uomo attonito che varca la soglia dell’algida, ultima casa). Joan Ganhaire s’interroga (ci interroga) sul senso della vita e della morte. Ma, come si è visto per Calvino, anche in Ganhaire urge una provvidenziale aspirazione alla leggerezza che stempera il suo lato oscuro alla luce del suo inguaribile sorriso (« le jaillissement d’un rire ») : l’opaco e l’aprico, l’ombra e il raggio di sole, il male e il suo contravveleno. L’aprico è la scintilla dell’umorismo (lo si riconosce anche in Kafka), il distacco ironico, l’indulgenza umana che mitiga e allevia la sua indignazione e talvolta perdona e assolve. E il gusto del paradosso che dà un senso alle apparenti contraddizioni della vita. Insomma, è davvero colpevole il servitore devoto che pianifica la vita, come pianifica la morte per assideramento del suo amato Conte, ne « Il Castello » ? E quanto sono ridicoli i rituali meticolosi con cui il cerimonioso domestico prepara i vestiti per il suo manichino ! E l’angelo della luce che apre la porta della biblioteca, squarciando le tenebre in cui vive il bibliotecario, non chiede un Libro della notte, dove si parla solo di « luce, di vita, di sole che non brucia gli occhi » ? La stessa lotta tra sole / vita e ombra / morte de « La porta dell’ombra »28. E nel secondo racconto, l’incubo stregonescamente scatenato non ti va ad uccidere un ladro malcapitato, beffa del destino, e non chi lo aveva procurato, che, imperturbabile, celebra ogni anniversario, sulla tomba dell’altro, la sua morte mancata ? Così, anche gli oggetti si animano di vita propria e, con una forza nefasta, eseguono la loro lenta vendetta ( « Il peso dei ricordi ») o insidiano subdolamente i padroni di casa, come il fumo ne « Il camino ». Una tregua dall’opaco più profondo, ironica e spassosa, sembra proprio « La chaminéia » : perché il camino di due agiati signori sprigiona fumo, in un ménage che pare perfetto, almeno al distratto padrone di casa ? E quanto è arguta e maliziosa l’« estranja conclusion » dello spazzacamino : « vòstra chaminéia es amorosa de ió » (il genere femminile rende perfetto lo scambio con il soggetto reale). Ed il rimedio (il portentoso stura-camini) è peggiore del male, o è, paradossalmente, il prezzo accettabile per il quieto vivere ? 29. Insomma, anche nel primo libro di Ganhaire, Lo libre dau reirlutz, si nota quella miscela di disperazione e di riso indulgente che coglieva con acume Fabienne Garnerin nel suo Entre rire et désespoir.

« Tra civette sole»

Sicuramente, anche da quanto risulta da questi semplici riassunti del Libre dau reirlutz, la sua propensione al fantastico orienta verso autori che Ganhaire stesso riconosce tra le sue influenze letterarie prevalenti30. Se abbiamo isolato il primo racconto, « Soletat » (« Solitudine », 9-13), è perché intanto vi scorgiamo una variazione su un tema, quello della comunicazione tra uomo e animale, che avrà molto risalto in larga parte dell’opera di Ganhaire, specie quella a carattere comico e d’ambientazione rurale. E poi perché ci sembra che apra un piccolo spiraglio verso l’immaginario di Calvino. L’ombra che ammanta o lambisce i personaggi della raccolta dau reirlutz, nel primo racconto concerne proprio lo stato di disadattamento del protagonista rispetto al consorzio umano, che si riflette nella sua incapacità di comunicare con gli individui della sua specie. Da ciò il suo stato di sofferta solitudine (Garnerin 65). Ma l’uomo è un animale sociale, e difficile è resistere dal cercare qualche forma di amicizia 31… anche se alquanto inusuale. Ascoltando una sera la voce di tre civette che gli sembrano rispondersi :

ci unii la mia, che feci più stridula possibile. Con mia grande vergogna, calò un silenzio di biasimo. A rischio di scoraggiare gli uccelli, ricominciai, una volta, due, sempre più convinto. La voce del nord fu la prima a rispondere, seguita da quella da levante, poi da quella da ponente. Quando venne il mio turno, feci la mia parte da civetta (Ganhaire 10).

Tale e tanta la solitudine, tale l’urgenza di parlare con qualcuno, di comunione, di appartenenza, da invogliare il solitario del racconto a tentare un salto di specie per cercare un’intesa con tre civette. Ne studia il canto distinto (una voce un po’ rauca, un’altra un po’ tremula), abbandonandosi all’immaginazione di una vecchia civetta dal manto arruffato e dagli occhi d’oro. Presto le tre voci diventano, per il solitario, « mas tres amijas » :

Mie tre amiche, mie tre voci della notte, continuate a parlarmi, gonfiate ancora una volta le vostre gole ! Ancora una volta lasciatemi rispondervi, io che non ho nessuno con cui parlare ! Se voi sapeste la gioia profonda che provo, non tacereste mai, voi che mi avete quasi fatto tornare il gusto di vivere, a me per cui i giorni non sono altro che l’attesa della notte piena della nostra conversazione ! (Ganhaire 11).

Accade un giorno che il solitario abbia necessità di scendere in paese per alcune commissioni, qualche spesa e al Caffè della Posta per concedersi una buona birra. Là, casualmente, fa una scoperta sconvolgente :

Tutto d’un tratto, una voce familiare mi fece voltare : era lo stridio rauco di Giraudon. Prima che avessi avuto il tempo di domandarmi che ci faceva lì la mia amica, la vidi, la mia civetta dagli occhi d’oro pieni di cose di un tempo che fu : era un ragazzone fulvo, ubriaco fradicio, che i suoi compari, con stupidi sghignazzi, incoraggiavano a voce : « Su, Marceu, facci ancora la civetta ! Su, ancora ! » E il ragazzo cacciò il suo grido dolente tre, quattro, cinque volte, prima di addormentarsi, singhiozzando, in una pozza di vino bianco. (Ganhaire 11-12).

« E lo goiat uchet son crit dolent » : non è un caso che i disadattati «dei quattro venti»32 si identifichino con animali schivi e notturni, e il cui verso è associato ad una fama infausta, un lugubre planh33. Davanti all’atroce dubbio che anche le restanti due « civette » non fossero che degli idioti, dei poveri illusi che « se crèsian boirar aus auseus », lui, la « choita de Puei Jobert », si apposta e li sorprende, uno dopo l’altro, a imitare le civette in quel solito, assurdo « rituau ». La delusione e l’indignazione inducono sulle prime nell’uomo lo sfogo di un’invettiva :

Gli volevo dire che noi quattro eravamo dei poveracci, che non avevamo un posto né tra gli uomini, né tra gli uccelli, anche i più tristi, i più maledetti (Ganhaire 13).

Ma all’indignazione subentra la pietà per la condizione umana dei tre, e per la propria, che lo riduce all’indulgenza, prolungando questa illusione corale34 :

Ma prima di far tacere per sempre quelle tre strida da operetta, tesi l’orecchio un’ultima volta : nord, levante, ponente… Giraudon, Puei Negre, Mironcelas… Allora, intesi ; intesi che il ragazzone fulvo aspettava un pochino prima di lanciare di nuovo il suo grido, più dolente ancora che dal più profondo della sua ubriachezza : era me che aspettava, ero io che mancavo.

Allora, invece della mia maledizione, invece del mio odio, tirai fuori nella notte il più bel grido di civetta che si sia mai levato dalla gola di un uomo. (Ganhaire 13).

Uomo o civetta, era lui che gli altri attendevano per colmare le loro solitudini35. Il protagonista di « Soletat » è dunque un uomo in balia del suo bisogno comunicativo, che s’illude di soddisfare entrando in dialogo con l’alata famiglia. Illusione e disinganno. Il primo inganno è proprio quando il solitario crede di insinuarsi in un altro dominio linguistico, scimmiottando il verso delle civette (« me damandí […] si ávian pas conegut l’òme dernier la votz », 10), verso già contraffatto in partenza perché emulato (lo si saprà in seguito) da esseri umani altrettanto soli. Quindi, la più ovvia confluenza (e scambio) di campi lessicali è quella tra voce umana e verso animale, posto che, tragicamente, si riveleranno tutti emessi dai medesimi locutori. Il racconto di Ganhaire, dunque, è sapientemente costruito sull’ambiguità e l’intersezione tra il campo umano e l’ornitologico, a partire da intrecci lessicali che ne esprimono la fusione e la confusione. Per esempio, le risorse linguistiche di Ganhaire gli consentono di costruire una costellazione semantica omogenea a partire da choita, la civetta. Infatti, a questa voce limosina si collegano i vari derivati choitonar, choitonanta, choitonada, choitonament che designano il suo verso in senso specifico36, alternato al termine votz, comune anche agli umani37. Questo non è concesso alla lingua italiana38. E la percezione falsata (auspicata) del protagonista giunge a scambiare l’intreccio degli choitonaments per una vera conversazione e un dialogo umani (nòstre parladís, (10) ; contunhatz de me parlar, nòstra conversacion, 11), sinché non scopre che quei conversari sono dei volgari « choitonaments d’opereta » (13). Altre sono le infiltrazioni lessicali di questa ridicola / patetica contaminazione dei due domini. Per esempio, non può essere un caso che il protagonista, sceso in paese per sbrigare qualche faccenda, designi il suo rifugio posto « a la cima d’un terme », in vetta a un poggio (Puei Jobert), con il termine familiare di quincaròla, (11), ovvero cima, sommità di un albero (Lavalade 471). Il traduttore francese, in questo caso, usa perchoir, trespolo, posatoio. Nella medesima direzione va enjucat (12), riferito ad una delle quattro false civette che il protagonista spia appollaiata su di un ramo di quercia, lato a vista della sua immedesimazione con il pennuto. Questa « civetta rampante » mi ha fatto volare il pensiero verso Calvino.

Il solitario che cerca di instaurare un dialogo con degli animali non è un unicum nell’universo letterario di Ganhaire. La catena tra uomo e animale, infatti, non vi conosce interruzioni, dal vero e proprio ibrido (infausto) nel leberon, l’uomo-lupo de Lo darrier daus Lobaterras, all’empatica intimità che s’instaura nel mondo rurale tra contadini e animali domestici, fra cui si cementa un sistema condiviso di segni e un dialogo privilegiato. Oppure, l’intesa complice tra l’« adulte solitaire » e la lepre novellatrice in Çò-ditz la Pès-Nuts. Tale tema attraversa, in particolare, il mondo contadino riflesso in chiave comica in opere quali Cronicas de Vent-l’i-Bufa (storia collettiva e quotidiana degli abitanti del villaggio immaginario di Chantagreu sus Claraiga, Ganhaire 2016), o Los braves jorns de Perdilhòta (Ganhaire 2013). Anzi, è un mondo dove tutti gli elementi comunicano con gli uomini, persino il suono delle campane (« lo lengatge de las clòchas ») portato dai venti (così presenti anche nella geografia di « Soletat »)39 per poggi e valli, e che il contadino commuta in moniti verbali per regolare il ritmo giornaliero del lavoro nei campi (Ganhaire 2013, 18). Fabienne Garnerin coglie benissimo questo concento di segni, la comunione emotiva e questa relazione tra uomo e animali (il velo nero per il lutto, per esempio) :

Omniprésents dans le monde rural, les animaux domestiques font partie de la famille. Ils en partagent les joies et les peines, auxquelles ils sont officiellement associés par des pratiques traditionnelles. À la mort du père, la grand-mère, l’héroïne de la nouvelle « La mamet dispareguda » [La grand-mère disparue] « deguet ’nar parlar aus bestiaus e botar un pelhon negre aus bornats » [dut aller parler aux bêtes et mettre un chiffon noir sur les ruches]. Bêtes et abeilles comprendront les signes rituels… (Garnerin 53).

Ed è significativo che questa inclinazione verso gli animali da compagnia concerna in particolare uomini soli, prosegue Garnerin :

Les animaux familiers sont dignes d’affection, autant que les hommes et parfois plus. Les célibataires ou veufs qui n’ont personne à qui parler ont de longues conversations avec leur chien ou leur animal de trait. Dans la nouvelle « Un meschent bestiau », Tranuja, vieux célibataire40, a pour toute compagnie son ânesse Friquette41.

E dunque perché l’intesa uomo-civetta si rivela così infelice in « Soletat » ? Ma perché, oltre che un ibrido irrisolto, siamo in presenza di una penosa finzione umana. Anzi, una suggestione divertente potrebbe reclutare persino l’antica modalità venatoria di cacciare con la civetta, usata come richiamo (in it. civettare), dov’è l’idea di inganno, tranello, camuffamento. Esca in cui sarebbe caduto incidentalmente il solitario di « Soletat ». Come che sia, la natura fittizia e ambivalente di questo gioco di ruolo mantiene per tutto il racconto la sensazione che permanga lo spunto comico di uno scherzo ai danni di un uomo ingenuo e vulnerabile. Insomma, qualcosa che somiglia all’inizio a una burla paesana42 (ricorda un po’ l’atmosfera delle nhòrlas tanto amate da Ganhaire)43, la cui carica umoristica non soccombe del tutto, a mio parere, neppure via via che nel corso del racconto il ridicolo cede al suo risvolto più patetico e drammatico, quello della pietà per la condizione umana. Sino all’acuto del finale. Insomma, anche qui convivono le rire e le désespoir.

« Il barone rampante e i merli di Palomar »

Finito il suo lungo viaggio tra le Fiabe italiane (Calvino 1993), Calvino si domandava : « riuscirò a rimettere i piedi sulla terra ?  ». La domanda che lo scrittore si poneva non può che traghettarci verso Il barone rampante ( Calvino 1991, 547-777), del 1957, partorito da una gestazione comune con le Fiabe italiane. A non rimettere più letteralmente i piedi sulla terra sarà Cosimo, il protagonista. Com’è noto, il piccolo Cosimo Piovasco di Rondò, il 15 giugno 1767, si ribella alla disciplina familiare (e a un piatto di lumache), andando a vivere sugli alberi della villa, la villa d’Ombrosa. E lì vivrà sino alla vecchiaia, separato sì dagli altri, ma completamente partecipe della filosofia e della storia del suo tempo. La vita culturale parigina lo celebra come « L’homme sauvage d’Ombreuse » (697) e Voltaire lo rammenta come « ce fameux philosophe qui vit sur les arbres comme un singe » (698). Cosimo, « sur les arbres », cerca di attirare l’attenzione dell’amata Viola con richiami di uccelli (il verso della beccaccia, il fischio della pernice grigia, il triste verso del piviere, il tubare dell’upupa, il trillo della pispola, 707-708). Vestito di penne, si fa paladino dei pennuti, e scrive addirittura dei trattati, quali, non a caso, Il verso del Merlo e I Dialoghi dei Gufi (736). Le civette compaiono, insieme ad altre diavolerie e teschi di animali, nei rituali della « Massoneria all’aperto » (746). Come tutta l’opera di Calvino, anche questa è pervasa da uno spirito comico-fantastico44, vena che di sicuro costituisce un ponte con Ganhaire. Cosimo, campione di leggerezza (in procinto di morire, volerà via aggrappandosi ad una mongolfiera) è un uomo « perché », come la civetta più mimetica di « Soletat », inselvatichito, ma mai alienato, né tantomeno disperato, come i solitari del racconto di Ganhaire. Questo libro di Calvino è anche l’unico punto di contatto esplicito con Ganhaire : « D’Italo Calvino, je n'ai lu que “Le baron perché”. Il ya très longtemps et je ne m'en souvient que très peu. Je vais le relire », mi dichiara in una mail a proposito del « romanzo arboreo » di Calvino. « ça n'a sûrement eu aucune influence sur mes écrits » : sono infatti semplici punti di convergenza che, se non bastano a fondare una parentela letteraria e non si configurano quindi come una vera influenza, tuttavia tracciano, come nel caso di reirlutz-ubagu, affinità immaginative su cui, a mio avviso, non è inutile riflettere.

E siamo così arrivati al tema che riguarda il linguaggio umano e quello animale, con i loro eventuali scambi comunicativi45, e che presenta analogie interessanti tra Ganhaire e Calvino. C’è un libro famoso di Italo Calvino, Palomar, dove mette il taciturno, solitario e meditabondo protagonista alle prese con la complessità dell’universo che lo circonda (Calvino 1992, 871-979). Il mondo animale vi è molto presente46, oggetto di osservazioni minuziose (porta il nome del noto osservatorio astronomico, che a sua volta rimanda a una piccionaia / colombaia : palomar) e di riflessioni antropologico-culturali sul loro comportamento e il loro linguaggio. Ne « Il fischio del merlo », in particolare, Palomar, oltre a cimentarsi in una classificazione « in categorie di complessità crescente » dei versi degli uccelli (cinguettii, trilli, zirli, chioccolii, gorgheggi), s’interroga sul senso del canto di una coppia di merli, avanzando analogie e interferenze con il modo della comunicazione umana. Analogie che finiscono per coinvolgere la coppia Palomar e signora, paragonata a « i merli marito e moglie », e le rispettive conversazioni (Calvino 1992, 891-896 )47 :

Il fischio dei merli ha questo di speciale : è identico a un fischio umano, di qualcuno che non sia particolarmente abile a fischiare […]. Dopo un po’ il fischio è ripetuto — dallo stesso merlo o dal suo coniuge— […] se è un dialogo, ogni battuta arriva dopo una lunga riflessione. Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro ? […] Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro : « io sto qui », e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un « ancora », come a dire : « io sto ancora qui, sono sempre io ». E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio ? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano ? […] Oppure nessuno può capire nessuno : ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende ; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha nessuna relazione con quello che lui ha detto ; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda. Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso ? ( Calvino 1992, 892-893).

Salvando la complessità della « dubitosa sapienza » di un Calvino che veste i panni del signor Palomar, le osservazioni sul senso del fischio del merlo presentano similarità con quelle sul verso della civetta del solitario di Ganhaire, compreso il tentativo di dialogo che Palomar intraprende con i merli (Calvino 1992, 895-896 ) :

Dopo aver ascoltato attentamente il fischio del merlo, egli prova a ripeterlo, più fedelmente che può. Segue un silenzio perplesso, come se il suo messaggio richiedesse un attento esame ; poi echeggia un fischio uguale, che il signor Palomar non sa se sia una risposta a lui, o la prova che il suo fischio è talmente diverso che i merli non ne sono affatto turbati e riprendono il dialogo tra loro come nulla fosse.
Continuano a fischiare e a interrogarsi perplessi, lui e i merli.

Ne differisce, va da sé, come nel caso di « Dall’opaco », una prosa che in Calvino si organizza secondo un pensiero problematico e sistematico complesso, mentre il focus della penna di Ganhaire resta concentrato sui risvolti umani delle vicende, e la sua vena si conferma squisitamente narrativa.

« quella unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo, cose ed esseri viventi »

Fauna, flora, regno minerale, firmamento inglobano nella loro comune sostanza ciò che usiamo considerare umano come insieme di qualità corporee e psicologiche e morali (905)
corrisponde alla sola, certa filosofia delle Metamorfosi : « quella unità e parentela di tutto ciò che esiste al mondo, cose ed esseri viventi (914).

Così commenta Calvino a proposito della contiguità dèi-uomo-natura, in un suo saggio molto bello sulle Metamorfosi di Ovidio, un maestro che lo accompagnerà sino alla lezione americana sulla « Leggerezza »48. Villa Meridiana, a Sanremo, parco di acclimatazione di piante tropicali, costituì un piccolo Eden per Italo, insieme a Villa Terralba del nonno Calvino, orizzonte dell’immaginario dei suoi Antenati. Trilogia degli antenati che Calvino stesso definì attraverso l’immagine emblematica di un albero genealogico dell’uomo contemporaneo. Era la San Remo (così scriveva lui) della sua infanzia, stazione climatica dove mare, campagna e spazi urbani si conciliavano, la sua città poi perduta per una forsennata speculazione edilizia. Quanto alla cultura familiare, è noto che il padre di Calvino fosse agronomo e la madre botanica e impegnata nella protezione degli uccelli. Anche se Calvino ricercherà nella letteratura, oltre al retaggio scientifico familiare, una sua chiave di accesso alla natura, permane in lui la ricerca di un ideale dove il mondo modellato dall’uomo dovrebbe vivere in armonia e comunione con l’ambiente naturale49. Questo aspetto è già molto noto e studiato perché qui ci si debba dilungare. In particolare, Gli animali di Calvino, titolo di un noto saggio critico, esamina recentemente la precoce e pervasiva attenzione di Calvino verso l’altro non-umano ( si parla di « umanesimo non-antropocentrico »), alla luce di una visione complessiva che accomuna l’uomo e l’ambiente in un unico destino sulla terra50 :

Vi siete mai chiesti che cos’avranno pensato le capre, a Bikini ? e i gatti nelle case bombardate ? e i cani in zona di guerra ? e i pesci allo scoppio dei siluri ? Come avranno giudicato noi uomini in quei momenti, nella loro logica che pure esiste, tanto più elementare, tanto più ̶ stavo per dire ̶ umana ? […] Sì, noi dobbiamo una spiegazione agli animali, dobbiamo chieder loro scusa se ogni tanto mettiamo a soqquadro questo mondo che è anche il loro51.

L’eco-critica di oggi si gioverebbe moltissimo, a nostro avviso, della conoscenza, ancora poco diffusa, di gran parte della letteratura occitanica moderna e contemporanea, per fare solo un nome che ha avuto consonanze con Ganhaire : Marcela Delpastre52.

Quanto a Ganhaire, il suo amore per la natura, gli alberi, le piante, le fonti, i corsi d’acqua della sua terra è pervasivo, come dimostra Fabienne Garnerin in una parte del suo studio su « l’Univers littéraire » di Ganhaire intitolato « Une Aquitaine recomposée », Garnerin 27-38. Si è parlato di animismo esteso al mondo vegetale e alle cose stesse che talvolta prendono vita in forma ostile (nel Libre dau reirlutz, il pianoforte, il camino, la « petite boîte » che contiene l’incubo) o ludica (il berretto simbiotico di Massime)53, animismo della vecchia cultura contadina, che arriva a fondere in un’unica catena i sistemi di segni dei diversi regni :

L’animisme de Maxime mêle humains, animaux et objets dans un collectif unique qu’on pourrait qualifier de familial, où se retrouvent la Zélia, Yvette et son mari, la mule Friquette, le chien Ranfort ainsi que les bêtes présentes dans la ferme, son béret bien aimé, l’autre béret qu’il déteste et lui-même. Sa mule Friquette et son chien Ranfort sont ses deux confidents. Ranfort fait le lien entre les éléments non-humains extérieurs à la maison et les humains qui y habitent […] Ranfort sait participer au langage du vent, des tilleuls et de la pluie ; mais il sait aussi communiquer avec les hommes (Garnerin 216-217).

Anche questo aspetto, già censito e analizzato con la solita perspicacia, si trova, una volta per tutte, nell’opera critica della Garnerin.

In forme talvolta affini, talaltra diverse, ma non inconciliabili, i due scrittori ci parlano di natura, di alberi e di animali. Alla fine del Barone rampante, Calvino, constatando malinconicamente « Ombrosa non c’è più », parla del filo d’inchiostro che si ramifica, si biforca, si attorciglia, « si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito » 54. Insomma, la scrittura stessa che si fa acini, semi, foglie, nuvole e rigenera le piante antiche del ricordo, andate perdute per « la furia della scure ». Per Ganhaire, la foresta di Feytaud disboscata per gli interessi degli uomini in Lo darrier daus Lobaterras. In un modo suo di sensibilità “ecologica” della letteratura, Ganhaire, con il suo filo d’inchiostro, ha rinfoltito il patrimonio culturale della sua terra, il suo paesaggio letterario, irrorandoli con la linfa della sua immaginazione (« totjorn a un piau dau fantastique… »)55. Per Ganhaire, inoltre, consacrare tutto il suo impegno letterario alla lingua limosina ha significato fecondarne le potenzialità espressive e rafforzarla contro il dilavamento a cui secoli di egemonia della lingua francese l’hanno condannata. Atto di lealtà verso la sua identità occitana riscoperta, e di riparazione verso le ferite della storia di una cultura minorizzata. Atto fiero e amorevole, proprio del medico che cura i suoi malati con le parole a loro familiari e rinsalda, con la sua scrittura talentuosa, le radici della lingua della sua cultura.

1 Ganhaire 1979 ; Ganiayre 1999.

2 « Nord, ubac ; versant non exposé au soleil : au ̶  : à l’ubac », Lavalade 486.

3 Per gli esiti di AD+DIRECTUS, APRICUS, INVERSUM, OPACUM, si veda Rivoira 114-115.

4 « Solo al fondo dei torrenti irti di canne dal frusciare cartaceo, o nelle valli che s'inarcano a gomito, o dietro i cocuzzoli protuberanti sui

5 « Altri ricordi, altre confessioni », Calvino 1994, 1210-1213 (note).

6 « Luce ed ombra sono gli opposti dialetticamente complementari nella percezione cognitiva del mondo non scritto, come il pieno e il denso sono

7 « spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della

8 Il concetto di pesantezza e del suo opposto pare riconoscersi in questo passo critico relativo a Ganhaire : « Cet ensemble foisonnant oscille entre

9 « Les personnages de Ganhaire évoluent dans des milieux historiques et culturels différents. Ils doivent toutefois faire face à des problématiques

10 « Il ne reste, sinon pour se sauver, du moins pour se protéger, que le style et le rire, en forme de ricanement du destin. Le dernier souffle s’

11 « La question de la légitimité à vivre est l’une de celles qui reviennent de façon récurrente dans l’œuvre. Elle apparaît dès le premier recueil

12 [Ci trovai un uomo, vecchio come Matusalemme, che mi chiese subito se volessi sogni d’Arabia, sogni profumati, sogni rosa… Gli risposi che, quanto

13 « Partir, c’est faire l’expérience de la liberté. A l’opposé, de nombreux récits de Ganhaire ont pour cadre des espaces clos. Dans les premiers

14 « Le narrateur anonyme de la nouvelle “La chaminéia“, par exemple, considère qu’écrire est un travail sérieux, raison pour laquelle il s’ensevelit

15 « Le narrateur est le gardien de la bibliothèque de la Font Prigonda [la Fontaine Profonde] où il est enfermé, seul dans l’immensité des livres qu’

16 « La nouvelle “Chambra 32” est elle aussi une histoire d’amitié ratée. Jan Costilhas et son ami Casteths pensent tous deux être assez forts pour

17 [E stasera, mi dai la prova della tua amicizia, la prova che potrò dimenticare quello sguardo che portavo come un peso sul cuore. Sapevi che io

18 « La vraie amitié, affirme cette nouvelle, est celle qui accepte la disparition de l’autre si telle est sa volonté. Elle se mesure à son abnégation

19 [uno che è partito da casa sua quindici anni prima, mandando al diavolo padre e madre, sorella, soldi, ricevimenti, buone maniere, educazione, il

20 A proposito delle figure femminili castratrici, la maestra di piano ritorna sfoderando l’arma del bemolle (67) : « “A, vòstra sòr, quela-quí, qu’es

21 « Certains animaux sont utilisés comme métaphores, celle de la méchanceté par exemple dans la nouvelle “Marcha funebra”. On n’y perçoit jamais la

22 [Lentamente, il piano mi tirava verso di lui, con tutte le sue forze trattenute, con tutta la sua vendetta di abbandonato], Ganhaire 70.

23 Torreilles 31-36 e 37-41 (« La porte de la pénombre »).

24 « Or, au moment où l’horloge a sonné, il a ressenti dans cet environnement sonore comme une sensation de détresse, puis un réel désespoir, puis ce

25 « Le héros de la dernière nouvelle, “La pòrta dau reirlutz” , finit par rentrer seul dans une maison qui l’intrigue depuis longtemps. Il en referme

26 « Des nouvelles comme “Lo chasteu” ou “Lo bibliotecari” se déroulent dans des univers oniriques et surnaturels. Château et bibliothèque sont

27 [Per un momento, si domandò chi si fosse seduto lì poco prima di lui, e dove fosse andato. Ciò che era sicuro, è che non sarebbe tornato mai più]

28 [Triste, alta, solitaria, sembrava che non fosse stata costruita che per rimanere chiusa. Aveva un non so che di non finito, di morto sul nascere

29 [Esaminai la proposta, e mi parve onesta : vitto e alloggio contro la garanzia di un tiraggio sempre soddisfacente. Non c’era che un punto oscuro :

30 Ganhaire dichiara in interviste (« Jean Ganiayre parle de ses influences littéraires », http://uoh.univ-montp3.fr/1000ans/?p=839) le sue influenze

31 « amistonar-v. traîter avec amitié ou tendresse », Ganhaire 2016, 101.

32 Insistito è il riferimento ai punti cardinali da dove le pseudo-civette si rispondono, usando anche la rosa dei vènti : « Nòrd, áutan, pluiau

33 « Mas çò que lançàvem sur lo paneu sorne de la nuech, las choitas mai ió, qu’era quatre planhs, e l’un era prèsque lo d’un mòrt », Ganhaire 11. [Ma

34 « Le narrateur est furieux lorsqu’il se rend compte que l’une de ces “chouettes” est un paysan ivre mort, que ces garçons sont aussi seuls que lui

35 Garnerin 214 riconduce il senso generale di questa fusione uomo-animale all’animismo predicato nella rivista Lo Leberaubre : « dans un texte

36 Lavalade 164 attesta chiòta / chiòtar e choitar / choitonar con il senso di « chuinter (cri de la chouette)  ».

37 Dunque : « la votz d’una choita me ribet », « Escoutí longtemps quelas tres votz », «vtant choitonanta coma poguí », « la votz dau nòrd », « plací

38 In italiano corrente, purtroppo, questo gioco etimologico tra il nome dell’animale, la civetta, e il suo verso non sussiste (si usa in genere

39 Il vento è un fattore molto importante nel mondo rurale di cui narra Ganhaire. In certe circostanze (come la folata che porta via il berretto al

40 Tranuja, abitante di Chantagreu sus Claraiga, che è un cinquantenne solo, si consola con la bottiglia (« se laissa ’nar a amistonar la botelha »)

41 Anche Massime le confida le sue pene (« Sabes, Friqueta »), come quando la sorella Iveta lo vuol portare, lui riluttante, dal dentista a rimettersi

42 Si veda « Peisson d’abriu », Ganhaire 2016, 73-76 [Pesce d’aprile]. V’è da considerare, inoltre, che la componente ridicola e divertente dei nove

43 « La nhòrla est une histoire drôle, amusante, dont les derniers mots doivent déclancher le rire. C'est un genre très populaire. Je t'en joins

44 Calvino 1995, 197-198. « Definizioni di territori : il comico ». « L’ironia ariostesca, il comico shakespeariano, il picaresco cervantino, lo

45 « Il linguaggio degli animali » è una fiaba popolare inserita nel volume Fiabe italiane ( 1956), Calvino 1993, 156-159. La conoscenza del

46 « Gli amori delle tartarughe », « Il fischio del merlo », « La pancia del geco », « La corsa delle giraffe », « Il gorilla albino », « L’ordine

47 Prima del volume, che esce nel 1983, alcuni racconti di Palomar sono pubblicati sul Corriere della sera tra il 1975 e il 1977. In particolare Il

48 « Ovidio e la contiguità universale », Calvino 1995, 904-916.

49 Calvino riflette per tutta la sua vita su come la Natura abbia subito le incursioni della storia degli uomini (la guerra) e della società (l’

50 « Pur non essendo un animalista, infatti, Calvino era molto di più che un sostenitore dei diritti animali : era un sostenitore dei mondi animali […

51 Calvino 1995, 2131-2132 (« Le capre ci guardano », 1946).

52 Un piccolo passo nella ricerca, proprio con il taglio dell’eco-critica, verso la conoscenza in Italia di questa autrice è costituito dalla tesi di

53 « Dans l’œuvre de Ganhaire, on trouve très régulièrement des personnifications qui pourraient faire penser à une forme d’animisme : animaux

54 « Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii

55 « […] de lur monstrar enfin lur lenga dins daus ’bilhaments dignes d’ela. […] testimònis d’un temps onte las referéncias popularas escrichas eran

Amato, Costanza, 2020, Marcelle Delpastre. Bestiari Lemosin. Nature et vie paysanne par la voix des animaux, Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Ferrara, [https://occitanica.eu/items/show/22618].

Bacchereti, Elisabetta, 2016, « La luce e l’opaco. Italo Calvino », in Trasparenze ed epifanie. Quando la luce diventa letteratura, arte, storia, scienza, M. Graziani (cur.), Firenze, Firenze University Press, 319-331.

Calvino, Italo, 1991, Romanzi e racconti, I, C. Milanini (dir.), M. Barenghi,  B. Falcetto (cur.), Milano, Mondadori.

Calvino, Italo, 1992, Romanzi e racconti, II, C. Milanini (dir.), M. Barenghi,  B. Falcetto (cur.), Milano, Mondadori.

Calvino, Italo, 1993, Fiabe italiane, prefazione di M. Lavagetto, Introduzione di I. Calvino,
Milano, Mondadori.

Calvino, Italo, 1994, Romanzi e racconti, III, C. Milanini (dir.),  M. Barenghi, B. Falcetto (cur.), Milano, Mondadori.

Calvino, Italo, 1995, Saggi 1945-1985, 2 tomi, M. Barenghi (cur.), Milano, Mondadori.

Ganhaire, Jan, 1979, Lo libre dau reirlutz, coll. ATots n°50, s. l., IEO et Novelum.

Ganiayre, Jean, 1999, Portes de l'ombre, nouvelles traduites de l'occitan par J. Sibille
Gardonne, Fédérop.

Ganhaire, Joan, 2013, Los braves jorns de Perdilhòta, Meuzac, Edicions dau Chamin de Sent Jaume.

Ganhaire, Joan, 2016, Cronicas de Vent-l’i-Bufa, Marsac-sur-l’Isle, Novelum-IEO Périgord, [1995 e 1999, prima edizione in due volumi].

Ganhaire, Joan, 2024, Cronicas de Vent-l’i-Bufa, tome 2 (« Quò contunha a Chantagreu !»), Novelum-IEO Périgord.

Garnerin, Fabienne, 2022, Joan Ganhaire, Entre rire et désespoir, un regard occitan sur l’humaine condition, Montpellier, PULM.

Iovino, Serenella, 2023, Gli animali di Calvino. Storie dall'Antropocene, Roma, Treccani.

Lavalade, Yves, 2010, Dictionnaire d’usage occitan-français. Limousin, Marche, Périgord, Uzerche, Institut d'Estudis Occitans dau Lemosin.

Rivoira, Matteo, 2012, « Nomi di luoghi », in Alpi del mare tra lingue e letterature. Pluralità storica e ricerca di unità. Atti della Giornata di studi (Cuneo, 26 novembre 2011), N. DubertiE. Miola (cur.), Alessandria, Edizioni dell'Orso, 107-135.

Scaffai, Nicolò, « La Natura di Calvino », Doppiozero (22 gennaio 2024), https://www.doppiozero.com/la-natura-di-calvino.

Torreilles, Claire (cur.), 2000, Novèlas de l'estranh - Nouvelles de l'étrange, Biarritz, Atlantica - Institut Occitan, Pau.

1 Ganhaire 1979 ; Ganiayre 1999.

2 « Nord, ubac ; versant non exposé au soleil : au ̶  : à l’ubac », Lavalade 486.

3 Per gli esiti di AD+DIRECTUS, APRICUS, INVERSUM, OPACUM, si veda Rivoira 114-115.

4 « Solo al fondo dei torrenti irti di canne dal frusciare cartaceo, o nelle valli che s'inarcano a gomito, o dietro i cocuzzoli protuberanti sui poggi, e più indietro nel succedersi di contrafforti della catena montagnosa parallela alla costa, si dà quell'incupirsi del verde, quell'affiorare di rocce dalla terra dilavata, quella vicinanza del freddo che sale da sottoterra e lontananza non solo dal mare in­visibile ma anche dal feroce azzurro del cielo incombente, quel senso d'un misterioso confine che separa dal mondo aperto ed estraneo, che è il senso d'essere entrati “int'ubagu”, nell'opaco rovescio del mondo […] di modo che potrei definire l' “ubagu” come annuncio che il mondo che sto descrivendo ha un rovescio, una possibilità di trovarmi diversamente disposto e orientato, in un diverso rapporto col corso del sole e le dimensioni dello spazio infinito, segno che il mondo presuppone un resto del mondo, al di là della barriera di montagne che si succedono alle mie spalle, un mondo che si prolunga nell'opaco con paesi e città e altipiani e corsi d'acqua e paludi, con catene di montagne che celano acrocori coperti di nebbia, sento questo rovescio del mondo nascosto al di là dello spessore profondo di terra e di roccia, ed è già la vertigine che romba al mio orecchio e mi spinge verso l'altrove […] », Calvino 1994, 99.

5 « Altri ricordi, altre confessioni », Calvino 1994, 1210-1213 (note).

6 « Luce ed ombra sono gli opposti dialetticamente complementari nella percezione cognitiva del mondo non scritto, come il pieno e il denso sono contrapposti e complementari al vuoto e al rarefatto, il diritto al rovescio; esattamente come, nel mondo scritto, per Calvino, la leggerezza mercuriale e metamorfica si coniuga con la faticosa pesantezza artigiana di Vulcano », Bacchereti 329.

7 « spero innanzitutto d’aver dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza ; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca. Non potrei illustrare meglio questa idea che con una novella del Decameron (VI, 9) dove appare il poeta fiorentino Guido Cavalcanti », 638.

8 Il concetto di pesantezza e del suo opposto pare riconoscersi in questo passo critico relativo a Ganhaire : « Cet ensemble foisonnant oscille entre deux pôles opposés : une réflexion sur la mort partout présente, qui pèse de tout son poids sur les vivants, les condamnant au désespoir ; et en même temps, le jaillissement d’un rire qui prend son sens dans le partage, éclatant joyeusement pour le plus grand plaisir des lecteurs », Garnerin 17.

9 « Les personnages de Ganhaire évoluent dans des milieux historiques et culturels différents. Ils doivent toutefois faire face à des problématiques qui concernent tout être humain. En tant qu’être vivant, l’homme est nécessairement confronté à la mort, inhérente à sa condition. La fragilité de l’existence, liée à celle du corps, fait de la vie une sorte de miracle permanent. Mais cette fragilité est également psychique : la frontière est ténue entre la vie et la mort, mais elle est tout aussi ténue entre la raison et la folie. », Garnerin 107.

10 « Il ne reste, sinon pour se sauver, du moins pour se protéger, que le style et le rire, en forme de ricanement du destin. Le dernier souffle s’achève en éclat de rire. Le pittoresque rend le macabre supportable. Jean Ganiayre est sans doute l’auteur occitan qui pousse le plus loin et sait le mieux manier l’humour noir. », http://uoh.univ-montp3.fr/1000ans/?p=839.

11 « La question de la légitimité à vivre est l’une de celles qui reviennent de façon récurrente dans l’œuvre. Elle apparaît dès le premier recueil, Lo libre dau reirlutz, dans la nouvelle “ Raibe negre ” [Rêve noir], où un ami du narrateur, X…, lui explique qu’un autre est mort à sa place, en lui sauvant la vie sans le savoir. La nouvelle, qui mêle fantastique et humour noir, joue sur le contraste entre le contenu de ses propos et le calme parfait avec lequel il les énonce : X…, qui était incapable d’éprouver de l’angoisse, a voulu connaître ce sentiment. Il a réussi à se procurer, auprès d’un forain marchand de rêves, un cauchemar d’une violence inouïe, enfermé dans une petite boîte qu’il a mise dans la poche de son manteau. Le voleur qui s’est emparé du manteau est retrouvé mort dans son lit. À ses mains crochetées sur le drap et à l’expression horrifiée de son visage, le commissaire chargé de l’enquête conclut qu’il est mort de peur. Au moment où il comprend ce qui s’est passé, X… ressent enfin une forme d’angoisse. C’est donc grâce au sacrifice d’un autre qu’il a atteint son but. Or cet autre était un voleur : son châtiment est donc en partie mérité. X… ne se sent ainsi aucunement responsable […] En apportant des fleurs sur la tombe de l’inconnu, il fête, indirectement, l’anniversaire de sa propre mort. Le paradoxe le fait sourire, et il éprouve du plaisir à raconter cette histoire à son ami. La question toutefois est posée : est-il juste qu’il ait survécu, alors que c’est lui qui a mis en place les éléments du drame ? », Garnerin 80.

12 [Ci trovai un uomo, vecchio come Matusalemme, che mi chiese subito se volessi sogni d’Arabia, sogni profumati, sogni rosa… Gli risposi che, quanto a ciò, ne avevo già abbastanza, ma che se mi poteva trovare qualche buon incubo, mi avrebbe fatto davvero piacere], Ganhaire 18.

13 « Partir, c’est faire l’expérience de la liberté. A l’opposé, de nombreux récits de Ganhaire ont pour cadre des espaces clos. Dans les premiers textes de l’auteur, ces espaces représentent, de façon métaphorique, la solitude morale dans laquelle le personnage principal est enfermé. Le recueil Lo libre dau reirlutz contient ainsi plusieurs nouvelles structurées autour des images de l’enfermement que sont le château, la maison et la bibliothèque. Seule la mort permet d’en sortir, ou plutôt d’y disparaître pour toujours. Le domestique de la nouvelle “Lo chasteu” décrit ce lieu comme “ lo pus triste, lo pus òrre, lo pus sauvestrós que se puesche veire. ” [le plus triste, le plus horrible, le plus sinistre qui se puisse voir.] », Garnerin 39.

14 « Le narrateur anonyme de la nouvelle “La chaminéia“, par exemple, considère qu’écrire est un travail sérieux, raison pour laquelle il s’ensevelit aux Archives des journées entières pour faire des recherches sur un illustre inconnu. Il n’a aucun désir de communiquer avec ses lecteurs, et trouverait dégradant d’écrire “de las faribòlas o de las galejadas bonas per far rire o purar la gent“ [des fariboles ou des plaisanteries bonnes à faire rire ou pleurer les gens]. Or c’est précisément ce que fait Ganhaire, à cette époque, dans le bulletin Ventador ; mais aussi, très ironiquement, ce qu’il fait faire à son personnage, amené à expliquer pourquoi et comment il est cocu et content », Garnerin 186.

15 « Le narrateur est le gardien de la bibliothèque de la Font Prigonda [la Fontaine Profonde] où il est enfermé, seul dans l’immensité des livres qu’elle contient, comme l’ont été ses trente-six prédécesseurs. Ses occupations sont également vides de sens : nul ne vient emprunter les livres, qu’il essaie pourtant de défendre contre les vers. De quoi parlent-ils ? Il n’en sait rien, il n’a pas les clés pour les comprendre. Il n’est pas capable de sortir et n’en a pas envie : le soleil l’aveugle, le monde extérieur lui fait peur. L’intrusion d’un lecteur blond et souriant l’amène à rechercher Lo Libre de la Nuech [Le livre de la Nuit], de Geoffrey de Bourdeilles. Il se rend compte, mais trop tard, qu’il aurait pu lire ce livre qui est un hymne à la vie. Sa mort est la suite logique de son échec : il comprend qu’il est incapable de vivre et en tire la conclusion. Son insertion dans une sorte de “généalogie” des bibliothécaires successifs rend la nouvelle encore plus troublante : on ne sait pas comment sont morts ses prédécesseurs. Lui-même ne sait pas si son remplaçant, le destinataire de la nouvelle, choisira de rester enfermé ou de vivre cette autre vie qu’il vient d’entrevoir. Les êtres humains ne sont peut-être que des solitudes qui se côtoient sans jamais se rencontrer », Garnerin 39-40.

16 « La nouvelle “Chambra 32” est elle aussi une histoire d’amitié ratée. Jan Costilhas et son ami Casteths pensent tous deux être assez forts pour résister à l’épreuve que leur impose le professeur Bordasole. Mais, confrontée à l’éventualité de la mort, leur amitié vole en éclats. Dix jours après avoir reçu la piqûre “mortelle ” , les deux jeunes gens commencent à se méfier l’un de l’autre. […] “ la páur davant la sufrença e la mòrt ”[la peur devant la souffrance et la mort], prend le pas sur les bons sentiments : elle fait surgir le pire, le désir de tuer. Il n’est plus question alors de partage ni d’entraide, mais du simple instinct de survie. Paradoxalement, celui-ci pousse les deux anciens amis à s’entretuer, alors qu’ils auraient pu rester en vie tous les deux. La fin de la nouvelle, contée par un narrateur omniscient, révèle que l’hémiplégie de Casteths et son opération, tout comme la leucémie de Jan, n’étaient que des mises en scène destinées à faire croître leur angoisse. Leur amitié, trop superficielle, n’y a pas résisté », Garnerin 151.

17 [E stasera, mi dai la prova della tua amicizia, la prova che potrò dimenticare quello sguardo che portavo come un peso sul cuore. Sapevi che io sarei venuto, vero, Antonin, non è vero Antonin ? Grazie di avermi concesso una seconda possibilità, Antonin. Via via che il tuo respiro si farà più raro, me ne andrò in punta di piedi. La padrona di casa deve essere impegnata a rigovernare ; non mi sentirà uscire come non mi ha sentito entrare. Forse domani tornerò, e se nessuno t’ha trovato, sarò io a trovarti. E, sicuro, non una parola a nessuno, non è vero Antonin ? Credo che non mi capirebbero…], Ganhaire 56.

18 « La vraie amitié, affirme cette nouvelle, est celle qui accepte la disparition de l’autre si telle est sa volonté. Elle se mesure à son abnégation : la seconde tentative de suicide d’Antonin, ce chemin intérieur de douleur qu’il a parcouru une deuxième fois, est aussi une main tendue au narrateur qui va y trouver l’occasion de racheter sa faute. Le suicide est une affaire intime, personnelle, dans laquelle chacun doit décider pour lui-même. Nul n’a le droit de s’y opposer », Garnerin 114-115.

19 [uno che è partito da casa sua quindici anni prima, mandando al diavolo padre e madre, sorella, soldi, ricevimenti, buone maniere, educazione, il piano… che si sente libero, forte, adulto, e che di colpo ritorna ad essere quel ragazzo sognatore, silenzioso, dagli occhi che vedono troppo, il cuore che sente troppo, le labbra mute, la fierezza cento volte ferita], Ganhaire 64.

20 A proposito delle figure femminili castratrici, la maestra di piano ritorna sfoderando l’arma del bemolle (67) : « “A, vòstra sòr, quela-quí, qu’es una jugairitz ! Mas vos, mon paubre, vos…” O ben tot, d’un sole còp, se trapava a s’esbraceiar en credar : “Bemòu, bemòu, bemòu ! Lo vèsetz pas, lo bemòu ! E la tripla cròcha, è, la tripla cròcha !” Tripla Cròcha, qu’era lo safre que ió li ávia donat, dins ma revòlta interiora : crochuda dins son eschina, dins sos dets, dins son còr. E la leiçon trainassava, dins los trabuchaments de mos dets e mos sanguts mau retenguts. », Garnerin 96.

21 « Certains animaux sont utilisés comme métaphores, celle de la méchanceté par exemple dans la nouvelle “Marcha funebra”. On n’y perçoit jamais la professeure de piano comme un être humain. Elle existe par sa voix aigre, par l'odeur repoussante de son appartement — chou froid et pisse de chat — et sa règle noire. Le narrateur la surnomme “l'aranha” , car telle l'araignée prête à fondre sur sa proie, elle guette les fautes que vont faire ses élèves », Garnerin 54.

22 [Lentamente, il piano mi tirava verso di lui, con tutte le sue forze trattenute, con tutta la sua vendetta di abbandonato], Ganhaire 70.

23 Torreilles 31-36 e 37-41 (« La porte de la pénombre »).

24 « Or, au moment où l’horloge a sonné, il a ressenti dans cet environnement sonore comme une sensation de détresse, puis un réel désespoir, puis ce qui ressemble à une angoisse gluante. Le texte fonctionne ici sur les images et les sensations, suggérant l’avalement ou la digestion du personnage par la maison même, sorte de plante carnivore parmi les plantes maladives de son jardin. C’est vraisemblablement ce qui est arrivé à l’inconnu qui l’a précédé. Du moins il a disparu. Comme dans la nouvelle « Lo bibliotecari », les victimes se succèdent et ne se rencontrent pas. L’auteur laisse volontairement planer l’incertitude, et de multiples interprétations sont possibles. », Garnerin 40.

25 « Le héros de la dernière nouvelle, “La pòrta dau reirlutz” , finit par rentrer seul dans une maison qui l’intrigue depuis longtemps. Il en referme la porte sur lui, sachant qu’il va y disparaître, comme happé par la fascination morbide du suicide », Garnerin 150.

26 « Des nouvelles comme “Lo chasteu” ou “Lo bibliotecari” se déroulent dans des univers oniriques et surnaturels. Château et bibliothèque sont ensorcelés. Les narrateurs y mènent une vie dont le sens leur échappe, et y meurent de mort lente. Le merveilleux de Ganhaire, ici, est un merveilleux sombre, inquiétant, et les images du surnaturel lui permettent de dépeindre, sous forme métaphorique, un phénomène psychique : l’impossibilité de sortir de soi. », Garnerin 206.

27 [Per un momento, si domandò chi si fosse seduto lì poco prima di lui, e dove fosse andato. Ciò che era sicuro, è che non sarebbe tornato mai più], Ganhaire 79.

28 [Triste, alta, solitaria, sembrava che non fosse stata costruita che per rimanere chiusa. Aveva un non so che di non finito, di morto sul nascere, che aveva dovuto rigettare tutti coloro che avessero voluto viverci […] Eppure, ai suoi occhi risultava attraente, ma di un fascino malsano, come quello che vi porta verso i fenomeni da baraccone, verso le catacombe, o verso i libri maledetti che non furono scritti per l’uomo], Ganhaire 76.

29 [Esaminai la proposta, e mi parve onesta : vitto e alloggio contro la garanzia di un tiraggio sempre soddisfacente. Non c’era che un punto oscuro : non sapevo se mia moglie sarebbe stata tanto contenta di vedere un estraneo stabilirsi in casa… Con mia grande sorpresa, accettò senza farsi tanto pregare. Ed ecco qua. Ora, la mia casa è veramente perfetta, e non potete sapere la gioia che provo, quando ogni sera, tornando dall’archivio, so che a casa mia mi aspettano un fuoco alto e ardente nel salone, e le risa di mia moglie per i corridoi. Ah ! Le donne, è ben difficile conoscerle ! Non mi sarei mai immaginato che il buon tiraggio di un camino potesse renderle tanto felici !], Ganhaire 33.

30 Ganhaire dichiara in interviste (« Jean Ganiayre parle de ses influences littéraires », http://uoh.univ-montp3.fr/1000ans/?p=839) le sue influenze letterarie, tra cui quella dei racconti fantastici di Julio Cortázar (traduttore di Poe), autore di letteratura fantastica in cui la componente ludica è molto spiccata. A proposito delle sue letture formative : «bibliothèque de son oncle où il lit Jules Verne, Jack London, Edgar Poe ; bibliothèque de sa cousine institutrice où il découvre, entre autres, Alexandre Dumas. Ce besoin de lecture n’a jamais cessé. L’écrivain apprécie particulièrement Barbey d’Aurevilly, Buzatti [s’intende Buzzati], mais aussi les Sud-Américains Borgès, Cortazar et Bioy Casarès. », Garnerin 194.

31 « amistonar-v. traîter avec amitié ou tendresse », Ganhaire 2016, 101.

32 Insistito è il riferimento ai punti cardinali da dove le pseudo-civette si rispondono, usando anche la rosa dei vènti : « Nòrd, áutan, pluiau, mieijorn», Ganhaire 11. áutan (latino altanus) è un vento che spira da levante ( est / sud-est)  ; pluiau, vento della pioggia, che spira da ovest / ponente. (« plueviau : couchant, ouest, ponant ; vent d’ouest », Lavalade 451) ; mieijorn è ostro, vento di Mezzogiorno.

33 « Mas çò que lançàvem sur lo paneu sorne de la nuech, las choitas mai ió, qu’era quatre planhs, e l’un era prèsque lo d’un mòrt », Ganhaire 11. [Ma ciò che lanciavamo sul tappeto scuro della notte, le civette e io, erano quattro lamenti, e uno era quasi quello di un morto]. La figura iniziale prende spunto dal gioco delle carte calate sul tappeto di gioco, rammentato prima, ma vi aggiunge la componente di un pianto corale.

34 « Le narrateur est furieux lorsqu’il se rend compte que l’une de ces “chouettes” est un paysan ivre mort, que ces garçons sont aussi seuls que lui, et que tout ce qu’il a pu imaginer n’était qu’illusion. Humilié, il voudrait leur crier sa déception […] Le personnage dit-il réellement ce qu’il pense, ou se laisse-t-il emporter par la colère ? L’image de lui-même que lui ont renvoyée les trois autres “chouettes” est une image dégradante. Cependant, c’est sa générosité qui prend le dessus : il choisit finalement de ne pas détruire leur rêve et leur offre, en guise d’adieu, son plus beau hululement. », Garnerin 65.

35 Garnerin 214 riconduce il senso generale di questa fusione uomo-animale all’animismo predicato nella rivista Lo Leberaubre : « dans un texte intitulé Manifeste d’a Roier [Manifeste de Royer]. Ce manifeste refuse explicitement le point de vue cartésien qui sépare l’homme de la nature et cherche à lui donner maîtrise sur elle. Il lui substitue un autre point de vue, celui de l’animisme, qui persiste, affirment ses auteurs, dans les coutumes, les façons de faire, les contes et les chansons, et donne à la littérature occitane en limousin une tonalité particulière ». Ganhaire vi pubblica « Lo chasteu », sul n. 3, 1977, 18-22.

36 Lavalade 164 attesta chiòta / chiòtar e choitar / choitonar con il senso di « chuinter (cri de la chouette)  ».

37 Dunque : « la votz d’una choita me ribet », « Escoutí longtemps quelas tres votz », «vtant choitonanta coma poguí », « la votz dau nòrd », « plací ma choitonada », « ma votz se boiret entau a la daus auseus de nuech », (10) ; « quelas votz que me vólian bien respondre », « mas tres votz de la nuech », « una votz familhara […] qu’era lo choitonament », (11) ; « “Ane, Marceu, choitona un còp de mai !” », « entre dos choitonaments », (12) ; « quilhs tres choitonaments d’opereta », « lo mai brave choitonament », (13).

38 In italiano corrente, purtroppo, questo gioco etimologico tra il nome dell’animale, la civetta, e il suo verso non sussiste (si usa in genere stridere, o squittire, https://www.treccani.it/vocabolario/squittire/). Certi dialetti italiani potrebbero prestarsi meglio al gioco della coccoveggia e del suo onomatopeico coccoveggiare, https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/COCCOVEGGIA/, voce che contiene in sé anche l’idea di fare il verso della civetta, canzonare, beffare.

39 Il vento è un fattore molto importante nel mondo rurale di cui narra Ganhaire. In certe circostanze (come la folata che porta via il berretto al povero Massime) sembra animato e animato da cattive intenzioni. I nomi dei venti sono sempre suggestivi, per esempio, oltre al ploiau e all’áutan, il vent negre (« bise, vent du nord », Ganhaire 2016, 105) e il mata-chabra (« vent du nord-ouest », Ganhaire 2016, 103), ma niente in confronto con il vento delle elezioni che scompiglia il piccolo villaggio di Chantagreu (« Menòt Lisa : a votat », Ganhaire 2016, 57-60).

40 Tranuja, abitante di Chantagreu sus Claraiga, che è un cinquantenne solo, si consola con la bottiglia (« se laissa ’nar a amistonar la botelha »), e così si commenta : « sabetz, la soletat es gaire plasenta dins los picadís de Chantagreu (o d’autras plaças) », Ganhaire 2016, 13.

41 Anche Massime le confida le sue pene (« Sabes, Friqueta »), come quando la sorella Iveta lo vuol portare, lui riluttante, dal dentista a rimettersi i denti ; e la Friqueta pare consolarlo leccandolo teneramente, Ganhaire 2013, 44-45.

42 Si veda « Peisson d’abriu », Ganhaire 2016, 73-76 [Pesce d’aprile]. V’è da considerare, inoltre, che la componente ridicola e divertente dei nove racconti sembra seguire un andamento sensato : più spiccata nei primi quattro, cede il passo ai toni patetici, sadici o allucinati della serie successiva.

43 « La nhòrla est une histoire drôle, amusante, dont les derniers mots doivent déclancher le rire. C'est un genre très populaire. Je t'en joins quelques exemples en occitan, car en français, elles perdent beaucoup de leur saveur », mi scriveva Ganhaire il 10 agosto 2020. In quella occasione mi inviava quattro aneddoti divertenti, di cui qui cito il primo : « Un òme, segurament de la vila, se permena sus un chamin de campanha. Dins un prat avisa un bergier que garda un brave tropeu d’ovelhas. Se’resta, las mans dernier l’eschina. Agacha un pitit moment, puei : “quantben vos dònen de lana per an, quelas bèstias ?" Lo bergier l’espia e lo ditz : “las blanchas o las negras ?”E ben, las blanchas… quò pòt ’nar dins las bonas annadas jurcinc’a sieis, set quilòs… E las negras ? E las negras tanben ! E per los anheus ? Las blanchas o las negras ? Ben, las blanchas… Un o dos, sens comptar los cocudaus… E las negras ? E las negras tanben… E per lo lach ? Las blanchas o las negras ? Sap pas io, las blanchas ! Si son bien nurridas quò pòt nar jurcinc’a tres quatre litres per jorn… E las negras ? Las negras tanben… Lo permenaire se grata un pauc lo cagaçot, mas comprene pas, mossur… Me demandatz chasque còp las blanchas o las negras e finalament quo es parier… A ! mas que las blanchas son las mias ! E las negras ? E las negras tanben… ». Si veda Chistian Bonnet in Garnerin 24.

44 Calvino 1995, 197-198. « Definizioni di territori : il comico ». « L’ironia ariostesca, il comico shakespeariano, il picaresco cervantino, lo humour sterniano, la fumisteria di Lewis Carroll, di Edgar Lear, di Jarry, di Queneau valgono per me in quanto attraverso ad essi si raggiunge questa specie di distacco dal particolare, di senso della vastità del tutto », 198.

45 « Il linguaggio degli animali » è una fiaba popolare inserita nel volume Fiabe italiane ( 1956), Calvino 1993, 156-159. La conoscenza del linguaggio degli animali, in questa fiaba, sarà un talismano di salvezza per il protagonista della storia, che non solo si salverà la vita, ma diventerà Papa. In un’altra fiaba, « Il linguaggio degli animali e la moglie curiosa » (Calvino 1993, 973-976), un contadino apprende magicamente il linguaggio degli animali per aver mangiato per sbaglio un piatto di vipere, invece che d’anguille.

46 « Gli amori delle tartarughe », « Il fischio del merlo », « La pancia del geco », « La corsa delle giraffe », « Il gorilla albino », « L’ordine degli squamati ».

47 Prima del volume, che esce nel 1983, alcuni racconti di Palomar sono pubblicati sul Corriere della sera tra il 1975 e il 1977. In particolare Il fischio del merlo vi esce il 10 agosto 1975, ma il brano sul senso dei discorsi dei merli e del dialogo con la signora Palomar è aggiunto nel 1982, in vista della pubblicazione in volume (si vedano le note, Calvino 1992, 1402-1436, in particolare 1407 e 1416-1417).

48 « Ovidio e la contiguità universale », Calvino 1995, 904-916.

49 Calvino riflette per tutta la sua vita su come la Natura abbia subito le incursioni della storia degli uomini (la guerra) e della società (l’industrializzazione del dopoguerra). « La vena fantastica e combinatoria di Calvino non esclude anche una preoccupazione più direttamente ecologica nei confronti dell’ambiente naturale. Nel 1959 esce nell’“Almanacco Bompiani” un articolo intitolato proprio Natura, in cui lo scrittore individuava nel turismo, che si avviava a diventare di massa, una minaccia nei confronti dell’ambiente […] Diversi anni dopo, commentando Le città invisibili (1972), dirà che quel libro era nato “dal cuore delle città invivibili” », Scaffai.

50 « Pur non essendo un animalista, infatti, Calvino era molto di più che un sostenitore dei diritti animali : era un sostenitore dei mondi animali […] mondi di storie e di segni […] Guardare questi mondi ci fa capire meglio anche il nostro […] Questo libro è un invito a riavvicinarci e a farci compagnia », Iovino 29.

51 Calvino 1995, 2131-2132 (« Le capre ci guardano », 1946).

52 Un piccolo passo nella ricerca, proprio con il taglio dell’eco-critica, verso la conoscenza in Italia di questa autrice è costituito dalla tesi di Costanza Amato (vedi bibliografia).

53 « Dans l’œuvre de Ganhaire, on trouve très régulièrement des personnifications qui pourraient faire penser à une forme d’animisme : animaux, plantes, mais aussi objets y sont doués d’une intériorité qui ressemble à celle des humains. Ces personnifications ont souvent une fonction ludique, par exemple lorsqu’un seau se met à poursuivre Barnabé sur le pont du Saint Christopher. En revanche, c’est bien l’animisme qui commande la représentation que des personnages comme Tranuja et Maxime se font du monde. Le héros de la nouvelle “Un meschent bestiau” porte le nom de la plante qu’il passe ses journées à combattre, à laquelle son entourage a fini par l’identifier. L’ânesse Friquette est à la fois sa compagne de travail et son amie. Tranuja lui parle, tout comme aux plantes », Garnerin 215.

54 « Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito », Calvino 1991, 776-777.

55 « […] de lur monstrar enfin lur lenga dins daus ’bilhaments dignes d’ela. […] testimònis d’un temps onte las referéncias popularas escrichas eran las istòrias lemosinas de Panazòu e los dialògues lengadocians de Catinon e Jacotin. Las Cronicas de Vent-l’i-Bufa contan de las istorietas onte, au fons comique tradicionau, se boiran una realitat rurala e l’imaginacion de l’autor, totjorn a un piau dau fantastique… », Ganhaire 2024, « Au legeire », 9.

Monica Longobardi

Université de Ferrare